È ora di provvedere alla cena. Non c’è niente più nel frigo e nel borsellino, ma è sabato pomeriggio e il mercato di via Giambologna, a quest’ora, deve aver levato le tende. Nei momenti un po’ giù di tasca come questo vado e raccolgo le vestigia della spesa mattutina di frutta e verdura del quartiere. Non è la miseria che si può immaginare: anzi, è quanto di più vicino a un'arcadia cittadina, specie in queste giornate di primavera nuova.
Pensionati, disoccupati e sottoccupati, immigrati e altri lumpen- raccolgono senz’ansia da consumatori e senza doverseli contendere i frutti dell’asfalto, e alla fine hanno luogo anche piccoli baratti. I venditori, che lo sanno, quando la mattinata è stata buona sono generosi nello scarto. I genitori che costeggiano il parchetto girano la testa dall’altra parte in un imbarazzo che non sono sicuro di capire; i bambini, nella stagione delle ciliegie e delle albicocche, vorrebbero raccogliere anche loro, e ci guadagnano invece strattoni e strilli della mamma.
Ma non dev'essere andata benissimo, oggi. Raccolgo tre eccellenti cetrioli, che non mi piacciono troppo, ma vabé; mezza vaschetta di fragole (una primizia), una quantità di carote e patate, dei broccoli, due limoni, prezzemolo; le carote le scambio poi con tre melanzane di una signora che abita in via Bainsizza e ha un cane-topo senza una gamba davanti ma con un bel cappotto rosso, e per questa ragione si merita anche uno dei miei cetrioli.
Me la prendo un po’ comoda e mi siedo su una panchina a guardare gli altri spigolatori. Verrà – così almanacco – un altro Giubileo, ma vero, biblico (Levitico, 25): i debiti saranno rimessi, le confische annullate, campi e fabbriche posti a riposo per un anno. E si vedrà allora chi se la caverà meglio, e costoro saranno gli spigolatori, chi conosce e apprezza il valore di due patate in fermento trovate per terra e della programmazione continua della radio.
Resto lì, a sognare in quella maniera, anche quando le vie Giambologna e Tabacchi restano deserte di persone, del sole avanza una lista arancione sui colmigni di corso San Gottardo e comincia a far freddo. Non ho voglia di tornare a casa e lì restare, le orecchie tese, a sentir la disperazione salire le scale. Per non perdermi nulla, anche se non ho sete bevo alla fontanella del parco fino a che lo stomaco, premuto, non risuona.
(1998)
Negli anni Sessanta, quando l’Italia era un paese moderno, i cieli tersi di un’estate perpetua erano corsi da milioni di dischi volanti (dischi per l’estate, dischi a 45 giri) con a bordo mostri da altri pianeti.
Uno di questi era Doriano Vimercati – Ugo Ladoro. Quel che ufficialmente rimane di lui è una decina appena di quei dischetti, foto, qualche ripresa cinematografica in Ferraniacolor con una strana dominante blu e i ricordi sbiaditi di chi magari lo vide in una tappa del Cantagiro o in una puntata di Settevoci, ma non ne ricorda nemmeno il nome. Testimonianze che non lo distinguono dalla pletora di personaggi simili che pure, in quel tempo e luogo, furono stelle brillantissime, se non altro nella loro mente e nel bar del loro quartiere.
Finito il suo momento, che durò a ben vedere (tolto un brevissimo apprendistato) dal 1966 inoltrato all’estate del 1967, e superata l’inerzia dell’inevitabile delusione, già dai primi anni Settanta Ugo Ladoro decise che della musica pop e del mondo sarebbe stato di lì in poi solo spettatore. Spettatore, però, non solo con l’esperienza, se pur breve, dell’insider, ma con quel gusto del deforme che – Ugo Ladoro lo capì presto – era il vero sigillo di quel decennio e lo sarebbe stato, più chiaramente, degli anni Settanta, fino al (parole sue) «collasso completo dei significanti» dal 1980 in poi.
Le sue riflessioni, mai confidate alle carte ma alla conversazione coi pochi ritenutine degni, hanno subìto un’accelerazione fotonica nel 1996, quando un’amichetta gli ha fatto conoscere l’internet. Da sterile ruminatore, Ugo Ladoro è divenuto ricercatore attivo, usando la rete ora come terreno stesso della ricerca, ora come suo agile strumento. Dice oggi Ugo Ladoro, che tende all’arzigogolo ermeneutico e confuso: «nell’internet trovo attualizzata l’istanza collettiva dei miei anni Sessanta verso l’allucinato, l’artificiale e il deforme, radicata nel sesso, sublimata nella musica».
Breve: abbiamo ottenuto l’amichevole franchise del nome e del talento di Ugo Ladoro per dar conto (o almeno cenno) periodicamente, su questo blog, di quelle espressioni musicali che attraggono tanti di noi al modo degli incidenti stradali o delle illustrazioni nei manuali di anatomopatologia. Ugo Ladoro, riservandosi d’intervenire quando gli parrà il caso, ci provvede intanto questo viatico:
---
Al mondo c’è gente di tutti i tipi. Alcuni interessanti, altri fanno solo schifo, interessanti per questo. Tutti vogliono essere notati, per essere certi di esistere. A questo scopo i più furbi cantano e suonano, perché hanno capito che gli occhi si possono chiudere, le orecchie no.
C’è uno, nel Galles, che suona il sarcofono, come uno xilofono ma fatto con parti degli animali macellati. Questo fa schifo, per esempio, ma non sareste curiosi di ascoltare il suo disco?
In Australia uno raccoglie pianoforti devastati dalle intemperie: io non so proprio perché, ma ce n’è a migliaia, là nella terra del canguro e dell’ornitorinco. Poi li suona. Se non siete curiosi di ascoltare i suoi dischi…
C’è la “one man band” di uno che suona tredici strumenti simultaneamente, ed è privo di un braccio e di tutte e due le gambe. C’è un giapponese che ha un’orchestrina composta di vecchie macchine per l’elettroshock, e vi suona fantasie dalle opere di Rossini. C’è un compositore e saxofonista baritono sordo dalla nascita.
Vi fate impressionare dai nomi? Karlheinz Stockhausen ha scritto un quartetto per elicotteri; John Cage fin dai tardi anni Trenta guastava pianoforti perfettamente buoni per ridurli a suonare come quelli dell’australiano qui sopra. John Zorn intitola un pezzo “Sack of Shit”, e suona esattamente in quel modo.
Pensate a Valentino Liberace.
Io nell’estate 1966 ho percorso piazze e chiassetti d’Italia con una permenente alta 30 centimetri, dei rialzi di 15 sotto stivaletti di lucertola, zero deodorante. I denti digrignanti per le benzedrine, cantavo “Sono un ragazzo yé-yé (e faccio il tifo per te)”, “Nel buio sto piangendo” e “Ahia!”, che era una versione di “Help!” dei Beatles fatta da un tale Panerai nella tonalità sbagliata. Ho conosciuto Mike Bongiorno, Walter Chiari, Carmen Villani, l’onorevole Rumor, Renato dei Profeti, Vanna Brosio, Raffaele Pisu, una gemella Kessler, Chet Baker, Felice Riva, Giusva Fioravanti, Febo Conti, Mariolina Cannuli, Luciano Lutring, Sacha Distel, Franco Moccagatta, Lola Falana, Silvio Noto… Mi son fatto più ciuffetti io quell’estate che voi tutti in tutta la vostra adolescenza protratta.
Sono Ugo Ladoro. Welcome to my world.
DISCOGRAFIA DI UGO LADORO (Doriano Vimercati, 1945 - )
1964
Etichetta "Golden Il disco di Qualità"
I Rock Boys (U. Ladoro, voce solista, tamburello)
n. matr. 0003, 0004
LATO 1: Monellaccia Rock (Boffa-Camisasca)
LATO 2: Geghegeghegé (I. e C.Camisasca)
----------
1966
Etichetta "Slver"
I Coccodrilli (U. Ladoro, voce solista)
n. matr. 1054, 1055
LATO 1: Scusa, io non l'avevo detto mai (Camisasca-Tremelloni)
LATO 2: Il ragazzo del juke-box (Jones-Camisasca-Tremelloni)
-
n. matr. 1061, 1062
LATO 1: Nel buio sto piangendo (Bodley-Peretti)
LATO 2: Non piangere per me (Tremelloni-Boffa)
-
n. matr. 1063, 1064
LATO 1: Non ci potete giudicar (Bedeschi-Guastone)
LATO 2: Ribelle per amore (Fossati-Panzeri)
-—-----
1967
Etichetta "Asso di Cuori"
Ugo dei Coccodrilli
n. matr. A6O11, A6012
LATO 1: Sono un ragazzo yé-yé (e faccio il tifo per te) (Cuzzocrea-Guastone-Verdirame)
LATO 2: Ahia! (Help!) (Lennon-McCartney-Panerai)
Ugo Ladoro e i suoi Jets
n. matr. A6O19, A6020
LATO 1: Mille donne, mille amori (ma non mi sento un re di cuori) (Guastone)
LATO 2: Flip flop (Carminati-Vimercati-Solbiati-Guastone-Panerai-Casati)
Starò diventando sohrdor?
Oh, gastrite. Non mi sei mancata, comunque ciao. Come in un matrimonio logoro, coricati assieme ci sentiamo a disagio e se io per sollievo apro un libro, tu t’inasprisci. Orsù dunque, al sofà: televisione.
C’è un film visto non so quante volte, anche con te, una falòtica coproduzione italo-francese anni Cinquanta (musiche del Mo. Carlo Rustichelli dirette dall’autore). Vi imperversa, doppiato dall’orso Yoghi, l’insoffribile comico Cocoricot e vi fa breve comparsa una giovane Silvia Sottotutti con voce tipo Eleonora Duse, ma casertana.
Può darsi che in francese Cocoricot faccia ridere. Io non capirei niente lo stesso, sospetto, grazie a qualche capziosa cadenza regionale e al fatto che il francese non lo so, ma ci sarà stato una volta o l'altra qualche francese che avrà riso. Chissà, però: d’accordo che i francesi son quel che sono, ma c’è da tener ben conto di quegli occhiacci basedowiani, della ghigna estroverso-forsennata, da ex-collaborateur e volonteroso manigoldo di civili algerini (anzi, se non sbaglio avevo proprio letto qualcosa in tal senso; ma è senno di poi. Certo erano anni difficili, quelli. È comunque certo anche che politici della statura di un de Gaulle, quasi due metri, non se n’è più avuti in Europa).
Le musiche del Mo. Rustichelli, chiaramente arronzate a prima e ultima vista dall’Orchestra Fonit Cetra di Milano, più che altro implorano pietà, la carnagione dopoguerra di Silvia Sottotutti è tradita dai primi piani e mal servita dalla dominante blu della pellicola (indizio sicuro dell’autarchico Ferraniacolor), rari carrelli arrancano vacillando come vecchi podagrosi, Cocoricot è uno stronzo inguardabile e la gastrite è giunta a un punto che rivolgerlesi col tu sarebbe irriguardoso.
Qualche repertorio mi darà gl’incassi per la stagione 1955 di ‘sto capolavoro. Poco ma sicuro, i due puntuti talenti che la Sottotutti esibisce con charme postribolare, sommati all’irredimibile laidura di Cocoricot, gli avranno precluso tanto il circuito parrocchiale quanto quello delle Case del Popolo. Scommetterei però su un buon botteghino nelle città, in cui i pur insignificanti nomi esotici, beneficio della coproduzione, avranno fatto presa. Del resto a quei tempi al cinema si andava prima di tutto per andare al cinema, il film era un di più.
Se penso «gastrite» mi figuro questo: un geyser verde chartreuse che urge dal fondo del tristo sacco in uno sbroffo di acido bollente. Dove il getto colpisce, lì si incuoce la parete gastrica, si còrruga si scòrtica con gorgoglìo cloridrico e un sangue nero ne geme: ulcera. Più caricata è questa fantasia, più diluiti gli effetti della gastrite saranno nella realtà; una tecnica che escogitai quando la Tinca aveva preso ad andare con Coso. Me n’ero sceneggiato una sequenza dettagliatissima in tempo incresciosamente reale e me la proiettavo ad anello nel retro degli occhi, mesmerizzato: s’iniziava in anticamera con gli amanti già a dovere irrorati e finiva quando lui la prendeva da dietro, una volta su tre sodomizzandola. Non mi ero risparmiato nessun pre- o postliminare, nessuna calza e cintura, nessuna vellicazione, stretta, strisciata, linguata, indugio, precauzione, iperventilazione, inserzione, esortazione, secrezione, tensione e rilascio. La prima volta o due, Coso e la Tinca si erano anche abbandonati a glosse spregiose al mio indirizzo, hilare post coitum – una gaglioffaggine espunta nel final cut. Insomma in questo modo la situazione mi doleva meno; alla fine era diventata una cosa normale. etc. Dio di Giuda come brucia come.
Dunque: coproduzione + ministero; la Sottotutti ancora non era nessuno e sarà venuta via per niente, Cocoricot era già un cane morto, avrà pagato per lavorare; il regista Tribolet, ottuso mestierante da coproduzioni, faticatore di dieci film all’anno il cui punto zenitale sarebbe venuto dirigendo Rocky Roberts in Stasera mi butto, era sicuramente parte del pacchetto. L’unica spesa viva sarà stata per il cachet di Viki Glori, villaine in reggipetto di sequin, nonché per il reggipetto stesso. Viki Glori, nata in America o da qualunque altra parte, sarebbe stata qualcuno o almeno qualcosa, in quegli anni. Aveva forse Jane Russell qualcosa che a lei mancasse? No, ma invece, nata in greto all’Agogna nella disamena Borgomanero, sua fu una modesta gloria d’avanspettacolo e di pochi film anche più grami di questo, e una menzione fuggevole in un’intervista di Fellini.
Vero è che poi, quando Coso ha incontrato la fine predestinatagli, con la Tinca non sono stato più capace di combinare niente, neanche il minimo indispensabile, un disastro, e io dico proprio grazie a quel cinema continuo della mia testa, per settimane e mesi, finché tutto non aveva perso qualunque significato. Che noia la vita, a volte, se solo non fosse così stupida. Ovvìa: credo che adesso sia l’ora di stare seriamente male, ma male seriamente. Almeno come va a finire il film si sa.
Hai presente quei fanatici di macchine, quelli che conoscono i motori all’orecchio e di lì le fabbriche, i modelli, gli anni. Io a tanto discernimento non mi sono mai nemmeno avvicinato ma è pur vero che una volta, in un viale della circonvallazione esterna di Milano misteriosamente deserto (boh, misteriosamente: sarà stato Ferragosto, ancora negli anni quando andavano via tutti), dei cilindri intonati per quinte naturali mi avvertirono che non era una Citroën o una Volkswagen o una Fiat ad aver accostato il marciapiedi alle mie spalle e a fermarsi.
Una Jaguar, era. Il modello non domandarmelo, immagina quella che il laico quando si figura la Jaguar, intendo: scoperta, metallizzata, sedili come sangue da un’arteria e così bassi sul macadam che, penzolandone il braccio in fase di crociera, addio nocche!
Mancava un dettaglio a compiere il giro di rima di quelle associazioni, perché dietro il volante non c’era Stirling Moss e non c’era Françoise Sagan, ma la testa di indio della mia vecchia conoscenza Salvatore L. B. detto Salva, reduce – mi ci volle un attimo a richiamare le informazioni ultime in mio possesso – dai fasti della Mammagialla di Viterbo, o erano forse dell’opg di Montelupo Fiorentino?, non riuscivo a ricordarmi che cosa avesse dettato quella volta l’insondabile whim del giudice. Di sicuro l’ultimo nostro scambio si era dato in un alloggio «di seconda accoglienza» in un condominio dilapidato alla Comasina appena vacato da un morto, l’agosto di due anni prima. Come a dire, chi ben comincia.
– Sempre uguale, te – aveva detto il Salva dopo i rituali abbracci (io poi mi ero subito controllato in tasca, lui se ne era accorto). In verità ero un po’ dimagrito, dai tempi; ma lui, Jaguar, intappamento e gioielleria a parte, davvero era sempre uguale: uno di quelli che della galera ha carnagione, guardatura e portamento già prima di esserci mai entrato.
Ed eccomi calcato nel sedile del morto, per la prima e credo proprio ultima volta in vita mia a sinistra del guidatore, sulla Jaguar di Salvatore, a centomila all’ora per i viali delle belle regioni d’Italia, Molise Mugello Campania Romagna Lombardia Isonzo Toscana Tibaldi – no, Tibaldi no, nemmeno Isonzo – vrum vrum!, a far ciao alle puttane che ridono e rispondono.
A un baracchino della porchetta, sotto il ponte di viale Monte Ceneri, mi aspetto che il Salva, che sembra in tutto una comparsa di Milano Calibro 9, mi metta a giorno dei casi suoi e del mondo. Invece è d’umore rivendicativo, il terrone: – Certo che anche voi, il Papi, la cosa l’Augusta… Gaetano… la Carlina… se volete aiutare la gente, dico, aiutatela, mica come avete fatto con me…
– Sì va beh Salva…
– Non dico tanto te, che quando ho avuto bisogno me ne davi, che non è che neanche tu ne avevi da buttare via, lo so…
– Ochèi, Salva, ma senti…
– Però…
– Salva, ma è un Audemars Piguet quello lì? E la…
– Presempio l’Osvaldo quando se lo son bevuto, Gaetano non è che
–SALVATORE? Ma, la Jaguar? Salvatore, la JAGUAR?!
Salvatore???
– Eh, la Jaguar. Ho conosciuto una vecchia, le ho messo la pizza in mano.
Io di fronte a un certo tipo di, come devo dire, di grandezza?, no, a un tale enorme dispiego di realtà, resto indifeso, e i libri non mi sono mai serviti, mai. Finì che pagai io porchette e birre, quelle e le altre agli altri due baracchini, e infine, che già faceva chiaro, le grappe in piazzale Dateo. Pagai io, che allora non potevo quasi permettermi il tram, per lui, che non aveva abbastanza dita per tutti i suoi anelli.
Ma non mi pesò, perché a modo suo, il modo di un galeotto, Salvatore mi voleva bene e me ne aveva sempre voluto. Di questo voglio dargli credito, di avere sempre avuto a cuore, presempio, il mio futuro lavorativo. Ai tempi, considerando la mia esistenza un po’ vaga, mi aveva offerto gestione e usufrutto parziale di sua cugina minorenne e di un’amica di lei.
Va detto comunque che il Salva sulla Jaguar non è durato. Le informazioni estreme che ho di lui mi vennero forse un anno dopo, dalla cronaca cittadina: con un compare aveva cercato di rapinare una peruviana in via Porpora, ma quella si era cavata una scarpa e gli aveva dato di tacco negli occhi, a tutti e due.
Una labrador nera attempata, di quella varietà bassa di garrese, ampia e gagliarda della schiena e del torace, vasta e piatta della testona (hai presente?, che l’apparecchieresti di tovaglietta, teiera e tre tazze) e perpetuum mobile della coda, è relegata nello spazio che il supermarket adibisce all’attesa dei cani, fra un monte di cesti gialli di plastica e due file di carrelli. Alla destra un barboncino, bianco nelle intenzioni, piccolissimo, incolto, si spande senza forma sul pavimento. L’agosto cittadino, più crudele con certi cani piccoli, lo ha decomposto in una chiazza di pelo e aminoacidi.
La vecchia ragazza appare eccitata e anche orgogliosa (ebete un sorriso le corre allegro da un’orecchia all’altra), e con ragione: è dai suoi lombi che è scaturito questo lago dai contorni alpestri. Le attenzioni negatele tanto a lungo le stanno venendo ripagate a usura: affaccendarsi di persona m e persona f in camice azzurro che, nei pressi, si disputano un sacco nero; sguardo di persone in fila colmo di patente ammirazione; soprattutto, soprattutto!, il carissimo tono finto burbero di Lei, che le afferra il muso ingrigito e lo scuote, avvicinando ai suoi i propri occhi.
– Questi cani!, dice una zingara con un carrello pieno di mele e lamette da barba.
Invece avevo ragione io, con tutto che ero il solo fuori posto. Già entrando si trovavano il sipario levato e l’azione inoltrata; ma se fosse lo spettacolo o non invece la coda di una prova o qualche aggiustamento scenotecnico, era difficile dire. In quella sala vasta e disadorna, risonantissima, che riusciva tenebrosa perfino nell’illuminazione cruda da teatro anatomico, a nessuno la cosa pareva comunque stare a cuore: pochissimi sedevano, quasi tutti giravano sotto proscenio e nelle ali, bicchiere alla mano, in quell’atmosfera elegante e svagata che immagino caratteristica dei cocktail party, dove anche l’ubriachezza assume distinzione. E socializzavano, socializzavano. Si conoscevano tutti. Io sentii forte il bisogno di avere vicino il cane Bruno e di poggiare il palmo sul suo brutto testone sempre felice. Ma Bruno non c’era più da tempo.
Nessuno che degnasse la scena d’uno sguardo.
Sparsi indizi mi avevano permesso di identificare lo spettacolo, un vago compendio di Show Boat, Mary Poppins e The Sound of Music amalgamati da una musica piuttosto incoerente ma almeno sommessa e da una profusione di crinoline intorno ai fianchi delle attrici, che insieme ai cantanti e ai ballerini apparivano più grandi del naturale, ma sarà stato per effetto dell’inclinazione del palcoscenico. Una, combinata da southern belle (perché anche Via col vento partecipava del centone), somigliava a Katharine Hepburn, e io, l’io del sogno, intendo, io riflettei che Katharine Hepburn sarebbe stata benissimo in mezzo a quel pubblico, con il suo Gibson in mano, la loro regina.
Fra gli spettatori transumanti scorsi con sorpresa Emanuele, rosso il viso di un sangue poco sano, ma snello come un tempo e saldo sulle gambe, non come l’ultima volta che l’avevo visto all’ospedale. E quand’è che ne era uscito?, me ne congratulai. Lui sorrise indifferente, e non sapemmo più che cosa dirci. «Non da lui saprò che cosa ci fa qui», io pensai. Ma non io nel sogno (nel sogno, tolta la sopresa, a me di Emanuele, in piedi o steso, sano o malato, non importava niente: vivo o morto, perfino); io che sognavo pensai quella frase, e me ne sentii afflitto.
In fondo alla sala, seduti: Andrea e Oblowitz, ma non come sono adesso, com’erano dieci anni fa. Immaginai che parlassero di me.
Feci alcune rampe di scale in cerca delle latrine; osservai così che un miasma sottile di latrina pervadeva il teatro ovunque, allo stesso modo in cui i suoi intonaci gialligni parevano, della latrina, ritenere l’umidità immonda, archetipale, per forse condensarla agli angoli con i soffitti, comunque troppo alti, troppo lontani per essere indagati. Lungo le scale e fermi sui ballatoi molti tipi equivoci dagli sguardi e dai sorrisi torti.
La latrina non era forse diversa dal foyer di questo teatro, tolto l’odore qui pungente. Uno specchio a parete mi rimandò un’immagine in cui mi riconobbi solo perché sarebbe stato irragionevole non farlo: precipitato in uno smoking blu elettrico che mi avrebbe contenuto con comodo un’altra mezza volta, stretti i lombi di una fascia rossa, la camicia bianca abbottonata in contrattempo. Solo i capelli erano i miei soliti, e contro il resto della mise apparivano quasi domati.
I lacerti di tessuto sanguinolente (feti) sul pavimento mentre usavo l’orinatoio mi sembrarono (a me nel sogno e a me che sognavo) uno di quei dettagli onirici smaccati, indegni di un sogno a modo.
Fuori dal teatro, all’aria della notte e al lume spastico di un broadwayano marquee, mi vidi venire incontro un gruppo vociante di americani e americane con in testa l’ex-moglie nel suo accento più nasale. Fui lieto di vederla – quanto tempo! – ma durò poco, perché, da certe mezze parole e allusioni ridacchiate, venni a sapere che quella serata di spettacolo era una macchinazione sua e dei suoi per mettere a segno uno spettacolare heist, così dicevano – una rapina. Ne fui colpito e, pur sentendomi stupido, tanto più in quell’arnese, affrettai il passo per tenermi a pari col velocissimo drappello, per cercare di convincere l’ex-moglie a rinunciare. «Non sei così, tu. Non fai queste cose, tu…». Senza rallentare, lei mi guardò con indubitabile affetto e un grano di tristezza e io capii che cosa mi voleva dire: lei era così, sì, e io non l’avevo mai capito prima. Ma che fosse comunque colpa mia, di tutto di tutto, mi sembrò e mi sembra ovvio.
Poi mi sono svegliato di colpo, stanchissimo come quando si sogna e l’anima non sta bene. Sarei tanto volentieri rimasto ancora a letto, ma la sveglia già diceva 6:30 e anche richiudere gli occhi, ormai, non valeva la pena.
Yves Klein, da Dimanche. Journal d’un seul jour, 27 novembre 1960
----
- ’Spetta, va’, che c’è passata dentro un’ombra…

- Écoute-moi, Pacifico…

- … lo rifacciamo, va’, che ha rovinato tutto quel cane…

- Pacifico, ça fait mal…

- Dài, l’ultima volta che poi non ci pensiamo più. Toh, ce la fai? Vuoi una mano? Stai sanguinando?

- Non, oui, juste un peu… Je crains que je me suis cassé des os…

- Va beh, dài, l’ultima l’ultima, se poi ti fa ancora male domani mattina ti portiamo dal coso, dal Médéric, va bene? Sù dài, non fammi perdere altro tempo, sangue di Giuda, pensa che più presto che gli portiamo la foto, più presto che il Klein ci dà i soldi.

Così Jean-Aimé Pagliaro si scolla penosamente dal lastrico, che ormai, al terzo impatto, appare come un po’ ammaccato anche lui, per tacere di certe macchie o lividure forse di bava, forse di sudore, ma più probabilmente di sangue. Intanto Pacifico Boverazzi, Leika al collo, riaccosta la scala al muro. Con un rumore sommesso ma allarmante di ossa fuori sede e cartilagini scompagnate, Pagliaro, assistito (in apparenza con sollecitudine, ma in realtà con premura impaziente) da Boverazzi, rimonta la scaletta per riportarsi la quarta volta in piedi sul cornicione. Boverazzi leva di torno la scaletta, si mette in posizione per controllare l’inquadratura e che stavolta nulla di estraneo la rovini, a gesti invita Pagliaro a togliersi con fazzoletto e sputo un frego nero che gli traversa una guancia, a ricomporsi i capelli in modo che, al tuffo, offrano la desiderata resistenza all’aria, quindi la ricercata configurazione allo scatto.
I Còrsi, gente dura, pensa Pacifico Boverazzi (32 anni, di Gravellona Toce, separato, residente semilegale di Lione dal 1959) mentre Jean-Aimé Pagliaro, 32 anni, di Portoferrato, ex-piastrellista, ex-comparsa all’Opéra di Marsiglia, città nel cui conservatorio ha perfino conseguito un corso inferiore di violino, spicca in punta di scarpe un altro voletto dal cornicione, con la grazia unica e inconfondibile di una gazzella morta.
Da un mese e mezzo non dormo, o dormo malamente, svegliandomi ogni venti minuti (ah, a proposito, buon Natale) e facendo anche sogni da manuale. Per questo sono andato dal dottore.
- Va bene (ha detto quello, come un bravo cameriere), che cosa preferisce?
- Roipnol?
- No, il Roipnol non glielo dò.
- Peccato. Che cos'altro avete?
- C'è
X, Y, Z, che cosa preferisce?
- Alcunché, ingesto, mi renda immoto e, come lapide, freddo . Anzi, non mi prescriverebbe le pillole che prende il Dr House?
- Chi?
Medico della mutua, proprio. Durante il breve scambio ho posato un occhio in giro: in una teca sicuramente ricuperata a un'asta fallimentare, pochi libri di medicina in italiano dimostrano almeno dieci anni, e sono comunque intatti, taluno intonso. Laurea conseguita all'età di 34 anni, alla salute: di specializzazione, non la menoma traccia.
E allora, perché no il Roipnol ?
In compenso il dottor Giubilati ha un'abbronzatura nocciola uniforme e un taglio di capelli costosamente fuori di moda. Mi fa strada per i 75 cm che separano la scrivania dalla porta.
- Le dò un consiglio, non se la prenda troppo.
- Grazie. Lei cambi barbiere.
In farmacia noto come ormai ci si possa comprare anche il mangiare, a patto di voler mangiare sanissimo e sterile: cioccolatte artificiale, e va bé, paste, cereali e granaglie anche mal conosciuti, bevande, salumi medicinali. Il farmacista sembra
Edgar Varese.
Mentre pago l'ipnotico entra l'Attilia, garzona rossa del prestinaio accanto e mi saluta. Per darmi un tono, allora, compero anche un astuccio di preservativi alla liquirizia (euro 19,60).
- Ti insegno una cosa nuova. Sali.
Il maestro ha messo su i guantoni senza legarli. È in tuta e scarpette da ginnastica.
- Ora tu ti difendi e basta. Fai guardia e basta, hai capito? Non rispondi ai colpi, pari e schivi e incassi e basta, hai capito?
Sì che ho capito. Finalmente: è dall'inizio che io lo volevo dire, di imparare una cosa per volta: prima a parare il colpo, poi a portarlo. È così che si studia qualunque cosa: se non lo so io. Tacevo per rispetto.
Alzo la guardia bella stretta e gli guardo, come bisogna fare, i piedi. Porta avanti il sinistro, quindi sta caricando il destro. Sono pronto.
Il gancio sinistro mi chiude subito l'occhio, vado indietro di un metro su un piede solo, poi saltello di lato per non farmi chiudere in angolo. Lui di destro mi appende un gancio al mento che mi sembra di prendere il colpo del coniglio. Riesco a star su perché non tira vento, richiudo la guardia come posso. Lui ci passa attraverso come se fosse la porta dell'ascensore con un montante che mi attacca tutto il cervello contro la tempia sinistra, una cacca tirata contro un muro. Poi subito un'altra cosa che non capisco nemmeno cos'è ma fa male e vado giù in modo strano, perpendicolare, prima la metà sinistra di me, poi il resto. Per ultimo, da solo, esce il paradenti.
Lui mi rimette in piedi e mi dà la spugna. Mi asciugo e vedo la Sindone.
- L'hai capita la lezione?
Lo guardo con l'occhio superstite ma vedo poco perché ci cola sangue. Mi è partita anche l'arcata.
- Uhu?
- Non esiste ti difendi e basta, nella boxe. È una stronzata. È da stronzi anche solo crederci.
- Aha!
- Lascia perdere. Tu, con la boxe… fa' qualcosa più tranquillo.
Inghiotto uno sputo che sembra un pezzo di fegato.
- Tipo? Monopoli, dama?
- Ecco: tipo.
Torno a casa con i denti molli, mi fan male perfino i capelli. Sono così abbattuto che vorrei dimenticare come mi chiamo.
Nel cortile Antony Tobaga, un filippino di dieci anni alto un metro, gioca con un Big Jim senza braccia.
Mi guardo in giro.
- Antony? Vieni qui. Ti insegno una cosa nuova.